BONO
LOCALIZZAZIONE E TERRITORIO
Bono è considerato il più importante centro della regione del Goceano, che si trova nella Sardegna centro settentrionale. Sebbene sia un territorio considerato prevalentemente collinare, la notevole escursione altimetrica, con una differenza di oltre 1000 metri, conferisce al territorio di Bono caratteristiche naturalistiche e paesaggistiche molto variegate.
Il punto più alto viene toccato nella catena del “Monte Rasu” e precisamente nel picco denominato “Sa Punta Manna” che raggiunge i 1258 metri, contrapposto all’altitudine minore di circa 220 metri sul livello del mare raggiunti nei territori attraversati dal fiume Tirso.
Il territorio di Bono ha una forma approssimativamente rettangolare che si estende in direzione traversale da nord-ovest verso sud-est e confina con addirittura otto comuni, con alcuni dei quali spartisce vaste porzioni di territorio, mentre con altri si toccano solo alcuni lembi di terra.
Il confine più a nord è per un breve tratto con il comune di Nughedu San Nicolò, mentre da nord-est a scendere verso sud-est c’è il lungo confine con il territorio di Anela, segnato per una buona parte dal “Riu Mannu”, che scorre ad altitudini intorno ai 400 metri, e che consegna poi a diverse catene montuose il ruolo di confine naturale tra Bono e Anela, di cui “Punta Masiedda” con i suoi 1158 metri sul livello del mare è il picco più alto tra i due comuni.
Nei pressi del fiume Tirso, che scorre anche tra questi due comuni, Bono confina prima per un breve tratto con il territorio di Bultei, e dopo con Benetutti fino al vertice territoriale a sud-est. Proprio in questo vertice si trova un brevissimo tratto del confine di Bono con Oniferi, in provincia di Nuoro, non a caso questa località, in territorio di Oniferi, si chiama “Sas tres lacanas” (che in sardo significa “i tre confini”, Bono-Benetutti-Oniferi).
L’intero lato sud del territorio di Bono confina invece con Orotelli, anch’esso facente parte della provincia di Nuoro.
La parte meridionale del territorio di Bono è caratterizzata da ampie pianure e vallate in cui scorrono numerosi corsi d’acqua, molti dei quali sono affluenti del più importante fiume di tutta la zona, il Tirso.
Quasi tutta la linea di confine che va dal vertice sud-ovest fino alla parte nord-ovest del territorio di Bono si ha con il comune di Bottidda, mentre l’ultimo paese che spartisce i confini con Bono è Bonorva nella porzione territoriale a nord-ovest.
Proprio la parte nord-ovest è caratterizzata da un altopiano talmente vasto che ha dato addirittura il nome all’intera località, denominata appunto “Pranu mannu”, a sud della quale vi scorre un altro importante corso d’acqua, il “Riu Mannu”, e da qui l’altitudine inizia ad aumentare conferendo al paesaggio delle caratteristiche montane in cui a farla da padrone sono le numerose foreste.
Una delle più conosciute e importanti è la “Foresta Demaniale Monte Pisanu”, che si estende per oltre 2200 ettari, dei quali quasi 1700 ricadono in territorio di Bono mentre i restanti si trovano in territorio di Bottidda. La sua importanza dal punto di vista naturalistico e paesaggistico è data dalla varietà di flora e fauna presenti, in cui le formazioni di vari tipi di quercia, come la sughera, la roverella, e il leccio, si alternano a specie arboree aghifoglie, aceri, tassi, consociati a numerose specie di macchia mediterranea.
Una particolarità che ricade all’interno della Foresta Demaniale è il monumento naturale denominato “Sos Nibberos”, dal nome in lingua sarda della specie del tasso, nome scientifico Taxus Baccata, che copre un’area di circa sei ettari all’interno della quale esemplari centenari e millenari di questa specie hanno una copertura quasi totale del territorio raggiungendo altezze anche di oltre 10 metri, rappresentando la più grande foresta di tassi di tutta Italia.
IL PAESE
Visto dall’alto il paese di Bono ha la forma di un esagono con il lato ovest che ha maggiore densità abitativa e che include il centro storico, mentre sulla lato est le case hanno una disposizione più regolare e con maggiori spazi verdi tra le costruzioni. Il centro abitato di Bono è attraversato dalla S.S. 128 bis che lo collega a nord con il paese di Anela e a sud con il paese di Bottidda, da cui si dipartono diverse strade provinciali che conducono a varie località nella valle del Tirso.
Di centri storici originari Bono sembra averne addirittura più di uno, quello raccolto attorno alla chiesa di San Giovanni Battista in posizione centrale, quello che faceva capo alla chiesa di Santa Caterina a sud, e quello intorno alla chiesa di Sant’Efisio a nord. Questi villaggi, un tempo lontani tra di loro, con le reciproche espansioni abitative hanno contribuito a formare il paese come lo vediamo ai giorni d’oggi.
Bono ha numerose piazze e spazi verdi, luoghi di aggregazione per la popolazione, dalla piazza San Giovanni si diramano diversi percorsi e da cui si può raggiungere ogni angolo del paese. Poco distante da questa piazza, sul colle San Raimondo, vi è la chiesa intitolata allo stesso Santo, con antistante una terrazza belvedere da cui ammirare una vasta porzione del paese e del territorio.
Giardini, fontane, statue e murales contribuiscono ad abbellire il paese di Bono, che ha tutti i servizi necessaria alla comunità, come le scuole di diversi ordini e gradi, banche e ufficio postale, sedi delle forze dell’ordine, perfino un ospedale con i suoi ambulatori.
LE ORIGINI E LA STORIA
Le più antiche testimonianze della presenza antropica nel territorio di Bono risalgono al neolitico recente e si tratta di tre insediamenti a domus de Janas situate nella parte centrale e settentrionale del territorio, che però per via delle precarie condizioni strutturali non sono visitabili.
Della successiva età nuragica sono arrivati fino ai giorni nostri circa trenta nuraghi di tipologia sia semplice che complessa e tre tombe di giganti. Questi beni archeologici sono distribuiti sia nella parte nord-ovest che in quella sud-est del territorio, non molto distanti dai maggiori corsi d’acqua che lo attraversano, con l’esclusione invece della porzione che comprende il centro abitato.
Il periodo successivo non ha lasciato testimonianze che potessero ricondurre a insediamenti umani, e per trovare tracce di presenza antropica bisogna arrivare ai primi anni dopo Cristo in cui i romani, abili costruttori di strade, ne realizzarono una che dall’asse viaria principale della Sardegna, Cagliari-Porto Torres, si diramava a un certo tratto verso Olbia e passava proprio per questi territori, nella valle del Tirso.
Proprio nei pressi di questa strada sono ancora presenti resti di un insediamento romano dove sono stati ritrovati alcuni reperti, tra cui monete e frammenti di ceramica risalenti allo stesso periodo.
In periodo medioevale i territori ricadenti nella valle del Tirso erano dimora di diversi villaggi, e di almeno uno vi sono attestazioni scritte, “Lorzia”. La distanza dall’odierno centro abitato esclude però che questo fosse l’originario insediamento, così come il fatto che Lorzia si trovasse a coesistere insieme a un altro villaggio, “Biddasana”, in alcune scritture antiche.
Molto probabilmente fu proprio quest’ultimo villaggio, localizzato in posizione poco distante a nord-ovest dell’odierno centro abitato, nell’attuale località “Santu Matteu”, a essere stato il primo vero nucleo abitativo di Bono, che compare per la prima volta in un’attestazione scritta nel 1388, con il toponimo “Boon”.
Durante il periodo dei giudicati, questi territori facevano parte del giudicato di Torres, sotto la curatoria del Goceano, rimanendo vitali fino alla caduta del giudicato avvenuta nel 1259 con la morte di Adelasia, ultima giudicessa che non lasciò eredi. Dopo diverse lotte per la conquista del castello del Goceano, simbolo di questo giudicato, questi territori finirono nelle mani dei giudici di Arborea, rimanendovi fino alla definitiva conquista dell’intera Sardegna da parte degli aragonesi intorno al 1420.
I tre secoli che seguirono videro l’imposizione del feudalesimo con i grandi proprietari terrieri che sfruttavano il lavoro dei poveri braccianti agricoli a cui chiedevano delle tasse sempre più alte per l’utilizzo dei terreni, e solo dopo l’arrivo dei Savoia in Sardegna intorno al 1720 ci fu un leggero miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti.
Verso la fine del XVIII secolo, per via del malcontento riguardante le condizioni oppressive nei campi, unito all’imposizione di tasse sempre più elevate, ci furono delle rivolte in varie parti della Sardegna, e Bono salì alla ribalta grazie alla figura forse più conosciuta di questo paese, Giovanni Maria Angioy, che con le sue idee e la sua preparazione politica, tra il 1793 e il 1796, contribuì prima alla cacciata dei piemontesi dall’isola e successivamente diede inizio all’abolizione del sistema feudale. Un processo lungo più di vent’anni che terminò con l’istituzione della proprietà privata terriera.
ETIMOLOGIA DEL NOME
La prima attestazione scritta del toponimo fu in un documento del 1388 in cui tra gli altri villaggi che dovevano scegliere il delegato per la rappresentanza da inviare a Cagliari in occasione della dichiarazione di pace tra Eleonora d’Arborea e gli aragonesi figurava anche “Boon”. Si trovano comunque anche attestazioni dei toponimi “Bon”, e “Bonon”.
Per quanto riguarda la sua etimologia invece esistono almeno due teorie, la prima derivante dal latino “Bonu”, “Bonus” riferito probabilmente alle caratteristiche positive dei suoi territori, la seconda invece lo fa derivare dalla parola “Gonn”, che significa “monte”, “collina”, e che come pure per altri toponimi, col tempo, ha avuto un cambio di ortografia con la “G” sostituita dalla “B”.
ECONOMIA
L’economia del paese di Bono ha una forte componente agro pastorale, in cui agli allevamenti di bestiame da carne e da latte si accompagna l’agricoltura, in cui la viticoltura assume una cospicua importanza, e il vino bianco “Arvesiniadu” è forse quello che più caratterizza questo paese, vitigno di antiche origini, riportato alla luce per ricordare il passato vitivinicolo locale.
Il settore edile e delle costruzioni è molto sviluppato, ma anche quello dell’artigianato assume un ruolo rilevante, sono infatti presenti diversi laboratori per la lavorazione del ferro, del legno, della panificazione, dei filati e delle produzioni tessili. Sono pochi paesi in cui si può trovare ancora un sarto capace di cucire e ricamare da zero il costume tipico locale, e Bono li può invece vantare.
Il settore dei servizi a Bono è alquanto sviluppato e conferisce a questo paese un ruolo di spicco e centrale, a cui tutti gli altri paesi del circondario si rivolgono.
Infine, per quanto riguarda l’accoglienza turistica, Bono offre diverse possibilità sia per la ristorazione che per il pernottamento.
FESTE E SAGRE
Il paese di Bono vanta un calendario ricco di feste popolari, sagre e manifestazioni che riflettono le profonde radici culturali, religiose e folkloristiche della comunità locale.
La festa patronale è in onore di San Michele Arcangelo e si tiene il 29 settembre, uno degli appuntamenti religiosi e popolari più sentiti dell’anno. La ricorrenza unisce devozione e partecipazione collettiva attraverso una giornata scandita da riti solenni, come la Santa Messa e la processione per le vie del paese con il simulacro del Santo, affiancati da momenti di festa civile che animano piazze e spazi pubblici. Concerti, spettacoli folkloristici, balli tradizionali, stand gastronomici dedicati ai sapori del Goceano e mercatini artigianali contribuiscono a creare un’atmosfera autentica e coinvolgente.
Il calendario delle feste a Bono inizia con le celebrazioni in onore di Sant’Antonio Abate, che si tengono il 16 e il 17 gennaio. La devozione verso il Santo, venerato come protettore degli animali e portatore del fuoco benefico, si manifesta attraverso una lunga preparazione che coinvolge l’intera comunità, a partire dall’organizzazione dei falò rituali. Nei giorni precedenti la festa, il comitato e i volontari provvedono al taglio della legna, soprattutto sughera, e preparano un grande tronco centrale attorno al quale viene costruita una struttura conica sormontata da una croce decorata con arance, simboli di fertilità e protezione contro il male. Al calare della sera, dopo i vespri solenni annunciati dal suono delle campane, la comunità si raccoglie nella chiesa dedicata al Santo per la celebrazione religiosa e la benedizione dei dolci tradizionali, tra cui le “Tiliccas e Cogones de Sant’Antoni”, preparati secondo antiche ricette familiari e decorati con motivi augurali legati all’abbondanza e al ciclo agricolo.
Terminata la funzione, il sacerdote benedice il falò e ha inizio uno dei momenti più suggestivi della festa: i fedeli compiono rituali propiziatori girando attorno al fuoco, mentre vino e dolci vengono condivisi in un clima di forte coesione sociale. Oltre a quello principale sul sagrato della chiesa, che viene acceso per primo, nel paese vengono accesi quasi simultaneamente più falò nei diversi rioni, ciascuno legato a voti personali o ringraziamenti per grazie ricevute. Quando le fiamme si placano e restano solo le braci, alcuni tizzoni vengono portati nelle case come segno di protezione e prosperità, mentre la cenere diventa simbolo di purificazione e auspicio.
La festa è preceduta dalla tradizione de “sos deghesettes”, i diciassette giorni di preghiera dal primo al diciassette gennaio, durante i quali donne e ragazze si recano quotidianamente in chiesa per invocare la protezione del Santo sulla famiglia e sul futuro, confermando il ruolo centrale di questa celebrazione nella memoria e nell’identità culturale di Bono.
Il mese di maggio vede celebrazioni in onore di due santi, San Gavino e Santa Caterina. Il primo santo viene omaggiato nella chiesa campestre a lui dedicata nei giorni che vanno dal 5 al 7 maggio, mentre per quanto riguarda Santa Caterina, i festeggiamenti avvengono nell’omonima chiesa all’interno del paese l’ultima domenica di maggio. Entrambe le celebrazioni prevedono principalmente dei riti religiosi con messe e processioni in onore dei Santi.
Altra festa che si tiene a Bono tra fine maggio e inizi di giugno e quella in onore di Santa Restituta. In tempi recenti viene celebrata il 2 giugno con dei riti religiosi che si tengono nell’omonima chiesa campestre situata nel villaggio scomparso di Lorzia, nella Valle del Tirso.
A Bono, la festa di San Giovanni Battista, celebrata tra la sera del 23 e il 24 giugno, conserva un carattere fortemente rituale e simbolico, legato in modo profondo al culto delle acque e alle antiche credenze popolari. La vigilia rappresenta il momento più suggestivo della celebrazione: secondo una tradizione tramandata nel tempo, gli abitanti si recano presso la chiesa dedicata al Santo per rinnovare il rito “dell’acqua della salute”, alla quale vengono attribuite virtù purificatrici e protettive. Poco prima della mezzanotte si bussa per tre volte al portone della chiesa pronunciando una formula rituale in lingua sarda; quindi, si attinge l’acqua da tre fontane del paese, che viene portata nelle abitazioni e lasciata all’aperto per tutta la notte affinché si raffreddi e si carichi di valore simbolico; nei giorni successivi viene utilizzata secondo la tradizione popolare come rimedio contro verruche e malanni della pelle. Accanto a questo rito centrale in passato vi erano usanze legate alla divinazione amorosa, praticate soprattutto dalle giovani donne, che nella notte della vigilia si recavano in campagna per legare nastrini colorati agli steli di un fiore, interpretando il mattino seguente la presenza degli insetti come presagi sul futuro marito. La celebrazione è preceduta dalla devozione de “sos vintibattoro”, ventiquattro giorni consecutivi di preghiera nella chiesa del Santo, a conferma del ruolo centrale che la Festa di San Giovanni Battista riveste nella spiritualità e nell’identità tradizionale della comunità di Bono.
La festa di San Raimondo Nonnato è forse quella più sentita e partecipata dagli abitanti di Bono. I festeggiamenti religiosi e civili si svolgono nei giorni precedenti e seguenti il 31 agosto, giornata centrale che si apre con le funzioni liturgiche e con la processione del Santo, la cui statua viene portata a spalla dai componenti del comitato attraverso le vie del centro storico, seguita da un corteo di fedeli in un clima di intensa devozione. Nel corso del pomeriggio la festa assume un carattere più scenografico e narrativo grazie alla rievocazione storica, che vede sfilare per il paese un carro trainato da buoi, decorato con elementi naturali e carico di significati simbolici. Sul carro trovano posto il cannone e la grande zucca rituale, fulcro di un gesto tradizionale che distingue in modo unico questa celebrazione. La sfilata è accompagnata da gruppi della tradizione sarda, con suoni, costumi e figuranti che animano le strade e coinvolgono la popolazione. Giunto sul colle, il carro diventa il punto di arrivo delle corse a cavallo, durante le quali i cavalieri locali si lanciano in una prova di abilità e coraggio verso la simbolica conquista del cannone. A conclusione del rito, la zucca viene fatta rotolare lungo la strada in segno di scherno e di sconfitta, secondo un’antica interpretazione popolare che associa la zucca stessa all’idea della disfatta. Le giornate di festeggiamenti sono animate da canti e balli tradizionali, momenti di condivisione collettiva e di forte richiamo culturale, confermando il ruolo centrale della festa di San Raimondo Nonnato a Bono.
Settembre è un mese importante per la comunità di Bono in quanto, oltre ai festeggiamenti per il Santo Patrono, ci sono celebrazioni per altri quattro santi legati alla devozione religiosa del paese.
E così ogni settimana si celebra un santo, iniziando l’8 di settembre con i festeggiamenti per Santa Barbara nell’omonima chiesa campestre con riti esclusivamente religiosi.
La seconda domenica di settembre, il paese di Bono celebra Sant’Efisio. I festeggiamenti religiosi prevedono i vespri solenni e il giorno dopo la messa è seguita da una processione dei fedeli sia a piedi che a cavallo, mentre i festeggiamenti civili animano le giornate con giochi per bambini, gare poetiche, concerti e serate folkloristiche con gruppi e tenores.
La terza settimana di settembre si tengono invece le celebrazioni per San Nicola, un’altra delle cinque chiese campestri situate nella valle del Tirso. Anche questa festa prevede quasi esclusivamente dei riti religiosi con pellegrinaggi verso il santuario, vespri e messe in onore del Santo.
Nella seconda metà di settembre si celebra Sant’Ambrogio, con dei festeggiamenti più che altro religiosi nell’omonima chiesa campestre intitolata al Santo.
Le celebrazioni religiose a Bono si chiudono cronologicamente con la festa di San Proto e Gianuario che si svolge il 25 ottobre nella chiesa campestre di San Gavino. Anche in questo caso il Santo viene onorato soprattutto con dei riti religiosi, preghiere e messe.
Oltre alle numerose feste già citate legate alla devozione religiosa degli abitanti di Bono, nel paese si svolgono anche delle tradizionali sagre, rappresentazioni ed eventi legati invece alla storia.
Verso la fine di aprile, nei giorni prossimi al 28, in cui si celebra “Sa die de sa Sardigna”, Bono ospita la manifestazione “Sas Domos De Angioy” con due giornate dedicate alla storia, alle tradizioni e alla figura di Giovanni Maria Angioy, che prevedono un ricco programma di iniziative culturali, religiose e popolari. Durante entrambe le giornate è prevista l’apertura delle Domos (case), con dimostrazioni di lavorazione dei prodotti artigianali locali e degustazioni enogastronomiche, compreso il “Catò”, dolce tipico di Bono. Parallelamente si svolgono le visite guidate alle chiese del centro storico e le dimostrazioni di vestizione del costume tradizionale bonese, con attività legate al ricamo e alla confezione. Il programma è animato da esibizioni musicali itineranti, gruppi folk e mini-folk, cori tradizionali e suonatori locali, insieme a spettacoli di strada e momenti di intrattenimento per tutte le età.
Tra gli appuntamenti principali figurano la rappresentazione teatrale dei Moti Angioiani, il convegno dedicato a Giovanni Maria Angioy, e il suggestivo passaggio a cavallo di Angioy per le vie del paese, seguito da una sfilata di costumi tradizionali provenienti da tutta la Sardegna. Completano il programma le esibizioni delle maschere tradizionali sarde, i canti e balli popolari, le attività sportive e i momenti conviviali che trasformano il centro storico di Bono in uno spazio di incontro tra storia, identità e comunità.
Ad agosto, la Proloco di Bono organizza la Festa della Montagna per far conoscere gli importanti rilievi presenti nel territorio, su tutti Monte Pisanu, con un programma che si apre con una messa, seguita da un pranzo conviviale e diverse attrazioni inerenti alla montagna, come esibizioni di tiro con l’arco e tiro segno, escursioni a piedi e in Quad, ed esposizioni di prodotti artigianali ed enogastronomici.
A Bono, la Festa di Sant’Andria, celebrata il 30 novembre, è considerata una delle ricorrenze più antiche, originali e identitarie del calendario tradizionale locale. Le sue origini non sono documentate da fonti scritte e la datazione storica rimane incerta, elemento che contribuisce ad accrescerne il fascino e il carattere arcaico. La festa rientra tra le tradizioni di questua ed è legata alla figura di Sant’Andrea Apostolo, al punto che in molte varianti della lingua sarda il mese di novembre viene ancora indicato con il nome di Sant’Andria, segno della rilevanza che questa ricorrenza ha avuto nel tempo. In passato la festa era riservata ai ragazzi più grandi, mentre oggi sono soprattutto i bambini i protagonisti della serata. Il rituale prende forma con la preparazione di una grande zucca intagliata, scavata e scolpita fino ad assumere sembianze umane, talvolta giocose, talvolta inquietanti, illuminata all’interno da una candela che le conferisce un aspetto animato. Appesa al collo tramite uno spago, la zucca accompagna i gruppi di bambini che, al calare della sera, percorrono le strade del paese bussando alle porte per la questua. Un tempo il bottino era composto da frutta secca, dolci tradizionali e prodotti della stagione, mentre oggi la tradizione si è adattata ai tempi e la questua avviene soprattutto in forma di offerte in denaro. Dopo la questua tutti i partecipanti si riuniscono in piazza per dei momenti di convivialità e socialità.
GASTRONOMIA
La gastronomia di Bono rappresenta una delle espressioni più autentiche della cultura locale, profondamente legata al ciclo delle feste, delle stagioni, e alla vita comunitaria. Al centro di questa tradizione si colloca “Su Pane Fresa”, risultato di una lavorazione lunga e accurata che richiede gesti esperti, tempi lenti e una profonda conoscenza delle materie prime. La preparazione del pane, dalla scelta della semola di grano duro all’uso del lievito tradizionale, dalla stesura delle sfoglie alla doppia cottura nel forno a legna, racconta un sapere antico che unisce tecnica, pazienza e ritualità domestica.
Accanto al pane, un ruolo fondamentale è svolto dai dolci e dai piatti tipici legati alle ricorrenze religiose e popolari. Le feste di Sant’Antonio Abate, del Carnevale e della Pasqua diventano occasioni per preparare specialità come “Tiliccas”, “Cogones”, “Origliettas”, “Mandagadas”, “Cattas”, “Seadas”, “Papassinos” e le diverse tipologie di “Casadinas”, sia dolci che salate, spesso decorate con grande cura simbolica.
La cucina rituale comprende anche piatti robusti e comunitari, come “Sa Piscadura”, bollito misto di carni, legumi e verdure accompagnato dal pane carasau, e preparazioni legate alle feste campestri, tra cui i sanguinacci e “Sas Cordas”, che testimoniano un utilizzo completo e rispettoso delle risorse animali. Particolarmente significativa è la tradizione della cena dei morti, con “Sos Zizzones”, gnocchetti di semola con sugo di carne, preparati in segno di memoria e continuità tra vivi e defunti.
A coronamento dell’arte dolciaria bonese si colloca il monumentale “Catò”, antica torta nuziale a base di mandorle e zucchero caramellato, riccamente decorata con simboli augurali, vera sintesi di abilità artigianale, valore simbolico e identità collettiva.
CHIESE E ARCHEOLOGIA
La chiesa parrocchiale di Bono è quella intitolata a San Michele Arcangelo, e si trova in una posizione più o meno equidistante tra la chiesa di San Giovanni Battista poco più a nord e la chiesa di Santa Caterina poco più a sud, che rappresentavano gli antichi luoghi di culto degli originari centri storici del paese. L’edificio odierno, in stile gotico rinascimentale, venne costruito verso la fine del XVI secolo, anche se la sua facciata in trachite rosa viene datata addirittura a due secoli prima, e questo fa pensare che un preesistente edificio di culto fosse già utilizzato con funzioni religiose. La facciata è a capanna, costruita in conci di trachite a vista ed è suddivisa in altezza in tre sezioni. La porzione inferiore presenta un portone in bronzo decorato, incorniciato da due colonne e un architrave, al di sopra del quale vi è un piccolo timpano. Un sottile cornicione e dei piccoli archetti segnano la suddivisione con la parte superiore della facciata che presenta al centro un enorme rosone che ha funzione sia decorativa ma anche di ingresso della luce all’interno del santuario. La sommità della facciata ha invece le caratteristiche della capanna con spioventi che si estendono per tutta la larghezza. Il campanile di forma quadrata è in posizione retrostante sul lato destro. All’interno la chiesa presenta una singola navata suddivisa da archi in quattro campate che si aprono lateralmente nelle cappelle a destra e a sinistra.
In direzione sud rispetto alla chiesa parrocchiale si trova la chiesa di Santa Caterina. L’edificio attuale è frutto di una ricostruzione avvenuta nel XIX secolo di un preesistente santuario sicuramente esistente nella prima metà del XVI secolo, dato che alcune attestazioni scritte ne confermano la presenza. Non lo si può affermare con certezza, ma probabilmente il primissimo impianto di una chiesa intitolata a Santa Caterina fu ancora antecedente visto che in questo rione intorno al XIV secolo si formò uno dei tre centri storici del paese di Bono. L’edificio è di modeste dimensioni con una facciata a capanna stilisticamente molto semplice e sormontata da un campanile a vela. Alcune gradini conducono a un portone squadrato che si apre verso l’interno composto da un’unica navata suddivisa da due archi.
Poco più a nord della chiesa parrocchiale di Bono sorge quella dedicata a San Giovanni Battista. Come pure per la chiesa di Santa Caterina, anche per questa chiesa si ipotizza la sua originaria costruzione intorno al XIV secolo, essendo anche questo rione uno dei primi centri storici del paese. Sicuramente esisteva nel XVI secolo e lo si può affermare grazie ad alcune attestazioni scritte, mentre l’odierno edificio risale alla prima metà del XIX secolo. La struttura ha una pianta rettangolare con una facciata a capanna stilisticamente molto semplice e con un campanile a vela sulla sommità. Il portone squadrato si apre verso l’interno costituito da una sola navata suddivisa da quattro archi.
La terza e ultima chiesa che doveva appartenere a uno degli originari centri storici di Bono è quella di Sant’Efisio. Non esistono fonti certe che certifichino la sua origine, ma l’unico documento sul quale si menziona questa chiesa risale alla metà del XVIII secolo. L’impianto odierno risale invece al XIX secolo, ha una pianta rettangolare ed è stilisticamente molto semplice come le due chiese precedenti. Anche questa presenta una facciata a capanna con un campanile a vela sulla sommità e un portone ad arco. All’interno l’unica navata è suddivisa da due archi.
A poca distanza dalla chiesa parrocchiale in direzione sud-est sorge la chiesa di Sant’Antonio Abate. Non si hanno notizie certe sulla data di prima edificazione del santuario, mentre la prima attestazione scritta risale alla metà del XVIII secolo. La struttura che vediamo oggi è frutto di una ristrutturazione del XIX secolo e consiste in una pianta rettangolare con una facciata a capanna sormontata da un campanile a vela, un portone squadrato e un arco un po’ più in alto. All’interno due archi contribuiscono a sostenere il tetto a due spioventi e a suddividere l’unica navata in due sezioni.
Nella periferia est del paese di Bono sorge la chiesa di Nostra Signora di Bonaria. Si tratta di un edificio recentissimo risalente al 2001 intitolato alla patrona protettrice della Sardegna. La pianta è quella di un quadrante di cerchio a cui si accede tramite un cancello ad arco. Anche gli interni riflettono la modernità con forme rotondeggianti e numerose vetrate.
L’ultima delle chiese presenti all’interno del centro abitato di Bono è quella intitolata a San Raimondo, conosciuta anche come chiesa di San Raimondo Nonnato. Nonnato perché tecnicamente non nato, nel senso di non partorito dalla madre, ma bensì estratto dal suo corpo, essendo morta poco prima del parto. Non si conosce precisamente la data di prima edificazione della chiesa, ma sappiamo che esisteva già agli inizi del XVIII secolo ed era intitolata alla Vergine Assunta. Alla fine degli anni 30 dello stesso secolo, si decise di ricostruire la chiesa che stava ormai versando in pessime condizioni strutturali e di dedicarla a Nostra Signora della Mercede affidandola ai frati di quest’ordine che si stabilirono a Bono in quegli anni. Circa un decennio più tardi la chiesa cambiò di nuovo nome e venne dedicata a Nostra Signora del Rimedio, ma anche questo titolo durò poco e mutò nuovamente a metà degli anni 60 del XVIII secolo quando il santuario venne intitolato a San Raimondo, così come lo conosciamo oggi. Un’ampia scalinata ci porta alla chiesa di pianta rettangolare e con una facciata a capanna stilisticamente molto semplice con una croce in ferro sulla sommità. Il portone ad architrave è incorniciato da sottili colonne e sovrastato da un rosone, mentre il campanile a vela si trova sul lato destro. Gli interni sono composti da un’unica navata suddivisa da archi in tre campate. Il presbiterio ospita la statua di San Raimondo al centro e quelle di Santa Lucia e San Francesco ai suoi lati.
Oltre alle chiese presenti nel centro abitato, Bono può vantare anche cinque chiese campestri, “Sas Cresias de Su Campu”, tutte costruite vicine tra loro a circa 7 km dal paese in direzione sud-est, in quello che un tempo era il villaggio di Lorzia. In origine le chiese campestri erano sei, ma oggi della chiesa di Santa Croce rimangono praticamente solo le rovine.
La più antica di queste chiese è quella in onore dei Santi Gavino, Proto e Gianuario, santi cristiani martirizzati a Porto Torres nel IV secolo, venerati come patroni della Sardegna settentrionale. L’edificio risale alla seconda metà del XII secolo ed era la chiesa parrocchiale del villaggio scomparso di Lorzia. L’edificio è costruito in mattoni rossi in cotto a vista, nella facciata a capanna la parte superiore ha un cornicione intonacato con una croce in ferro sulla sommità, mentre appena sotto tale cornicione vi è una piccola finestrella a forma di croce. Il portone ad arco è incorniciato da blocchi in trachite. L’interno è ad aula unica, recentemente è stato oggetto di ristrutturazione, pertanto, le pareti sono intonacate e il tetto è stato rifatto con travi di legno a vista. Dietro l’altare si trovano le statue dei tre Santi a cui la chiesa è intitolata.
A breve distanza da questa, sorge la chiesa di San Nicola, costruita tra il XVI e XVII secolo. Ha la classica facciata a capanna nelle chiese campestri con un portone squadrato con ai lati blocchi in basalto, al di sopra vi è un piccolo oculo e il campanile a vela sulla sommità. Sul lato destro si possono notare i contrafforti mentre sul lato sinistro vi sono addossati gli spazi che erano destinati ad ospitare i fedeli in pellegrinaggio. L’unica navata centrale, oggi intonacata e pitturata di bianco, è suddivisa da due archi che sorreggono la copertura, mentre una nicchia ospita la statua del Santo.
A circa 250 metri in direzione sud si trova la chiesa di Santa Barbara, che risale alla stessa epoca di costruzione di quella di San Nicola. Anche lo stile architettonico è molto simile con un edificio a pianta rettangolare, facciata a capanna con una croce in ferro sulla sommità e un portone squadrato incorniciato da blocchi in trachite. Anche in questo caso, sul lato destro possiamo notare i contrafforti, mentre sul lato sinistro i locali destinati ad ospitare i fedeli. Analogie tra queste due chiese sono riscontrabili anche all’interno, con l’unica navata suddivisa da due archi che sostengono la copertura a due spioventi.
Le ultime due chiese campestri presenti nel territorio di Bono sono quelle dedicate a Santa Restituta e a Sant’Ambrogio, che si trovano a pochi metri di distanza l’una dall’altra. Alcuni studi dicono che entrambe sono state costruite nel XVII secolo.
La chiesa di Santa Restituta è la più grande delle due, ha una pianta rettangolare, la facciata a capanna è sormontata da una croce in ferro, mentre il portone squadrato incorniciato in blocchi di trachite ha al di sopra una piccola finestrella rettangolare. Le pareti laterali sono sorrette da due contrafforti per lato che si trovano in corrispondenza delle arcate all’interno. Gli stessi archi, in blocchi di tufo e di trachite a vista, suddividono l’unica navata in tre campate. L’altare decorato ha al centro la statua della Santa a cui è dedicata la chiesa, quattro colonne contribuiscono ad una suddivisione regolare degli spazi mentre alle due estremità si trovano altre due statue di santi.
La più piccola chiesa delle due, quella di Sant’Ambrogio, ha delle caratteristiche strutturali simili a quella precedente con una pianta rettangolare, una facciata a capanna con una croce in ferro sulla sommità e un portone squadrato incorniciato da blocchi in trachite. Sul lato destro, si possono notare due contrafforti, che si trovano anche sul lato sinistro, ma che oggi sono coperti da degli spazi utilizzati per le celebrazione civili. All’interno vi è un solo arco che contribuisce a sorreggere la copertura a doppio spiovente, mentre l’altare è sobrio con la statua del Santo all’interno di una nicchia e con quattro colonne, due per lato, che sorreggono l’architrave decorativo superiore.
Il territorio di Bono è ricco di siti archeologici che testimoniano la presenza antropica millenaria in questi luoghi. La maggior parte dei nuraghi sono semplici con una singola torre, ma possiamo trovare anche diversi nuraghi complessi, come quello di “Sas Doppias” e di “Monte Acchile” e tombe dei giganti a “Pranighedda” e “Ortivai”. La concentrazione maggiore di questi siti è a nord e a sud, con la parte centrale del territorio sprovvista di emergenze archeologiche.
SUL TERRITORIO
Nuraghe Arisanis
Nuraghe Badde Cherchi
Nuraghe Badde Oliana
Nuraghe Bilotto
Nuraghe Calitennero
Nuraghe Cannedu-Resteddi’
Nuraghe Coa Longa 1
Nuraghe Coa Longa 2
Nuraghe Coa Longa 3
Nuraghe Culilighe
Nuraghe Ferulas
Nuraghe Juanne Ru
Nuraghe Mattafurones
Nuraghe Ortivai
Nuraghe Pilisserta
Nuraghe Pranu
Nuraghe Rupisarcu
Nuraghe S’arza
Nuraghe Sa Gispa
Nuraghe Sas Doppias
Nuraghe Seddei
Nuraghe Sos Crabados
Nuraghe Tamuile
Nuraghe Tocco Scuzzones
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